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e ad un periodo di
relativa stabilità politica e di collaborazione tra il ducato longobardo
di Benevento e la Sede Apostolica.
Proprio negli anni di abbaziato di Petronace Montecassino, a testimonianza
della disciplina regolare ivi condotta, accolse tra i propri monaci
Willibaldo, Sturmi, fondatore dell’abbazia di Fulda, Carlomanno, figlio di
Carlo Martello e fratello di Pipino il Breve, Ratchis duca del Friuli e re
dei longobardi dal 744 al 749, s. Ludgero, poi primo vescovo di Münster,
Adalrado, poi abate di Corbie e s. Anselmo poi abate di Nonantola.
Nel 744 Gisulfo II duca di Benevento donò all’abbazia i territori compresi
nelle terre di Aquino, Comino, Venafro, Teano e fino al tirreno attraverso la valle del Garigliano,
costituendo così il primitivo nucleo territoriale della terra Sancti
Benedicti. Il fiume ed i suoi affluenti fungevano da importante collegamento interno e tra l'Abbazia ed il mare.
In quegli anni Montecassino ricopre un capitale ruolo di mediazione tra
Sede Apostolica, regno longobardo e regno franco, anche se l’elezione
dell’abate Teodemaro (777-778) di origine franca, segnò una netta svolta
dell’orientamento politico cassinese in senso filofranco, sigillata dalla
visita che Carlo Magno fece a Montecassino nel 787, e in seguito alla
quale l’abbazia si vide confermati dall’imperatore il possesso dei beni
temporali, le immunità, ed il diritto alla libera elezione dell’abate.
A Teodemaro successe l’abate Gisulfo (796-817), dei duchi di Benevento,
che impresse al proprio governo un indirizzo filolongobardo. Considerevole
fu il suo impegno nel rinnovo della veste architettonica dell’abbazia:
allungò l’edificio oratoriale dedicato a S. Martino ed ampliò il primitivo
oratorio di S. Giovanni Battista, trasformandolo in una basilica a tre
navate preceduta da un portico al cui centro si ergeva la torre
campanaria.
La situazione di forte squilibrio politico in cui versava l’Italia
centro-meridionale, a partire dalla fine degli anni 20 del IX secolo, non
poteva non ripercuotersi sul monastero cassinese: i Saraceni, inviati da
Radelchi, principe di Benevento, e da Sikenolfo, principe di Salerno a
comporre con le armi i dissidi esistenti tra i due principati,
costituivano la principale fonte di preoccupazione per tutto il
territorio, sfuggito al controllo carolingio.
L’abate Bassacio (837-856) si adoperò alacremente presso l’imperatore
Lotario I al fine di allontanare il pericolo saraceno e favorendo la
riconciliazione tra i due contendenti. Il successore di Bassacio, l’abate
Bertario (856-883), sempre in vista del pericolo saraceno, rafforzò le
difese dell’arce e fondò pure ai piedi del monte una nuova città:
Eulogimenopoli (città di Benedetto), che poco più tardi mutò il nome
grecizzante in quello di San Germano. Il 4 settembre 883 i Saraceni di
stanza presso il fiume Garigliano, volendosi vendicare per la politica
filoimperiale manifestamente antisaracena tenuta dagli abati di
Montecassino, depredarono il monastero consegnandolo poi alle fiamme, e
passarono a fil di spada l’abate Bertario con molti monaci, rifugiatisi a
pregare nella chiesa del monastero di S. Salvatore.
I monaci superstiti trovarono rifugio prima a Teano e poi a Capua, ma il
definitivo ritorno a Montecassino della comunità si realizzò soltanto
parecchi anni dopo sotto il governo dell’abate Aligerno (948-985). Uomo
accorto e di larghe vedute, Aligerno rivendicò la giurisdizione abbaziale
contro la prepotenza dei signori locali, ordinò sapientemente il regime
feudale e restaurò le fabbriche dell’abbazia, edificando inoltre la Rocca
janula a difesa della città di San Germano.
Con la morte di Aligerno si manifestarono i rischi legati alla posizione
dell’abbazia, geograficamente collocata a fianco di piccole ed ambiziose
signorie locali, e al centro del delicato equilibrio che legava tra loro
il catepanato dell’impero d’Oriente in Italia, e il forte influsso degli
Ottoni nel sud della penisola. Con l’elezione abbaziale di Teobaldo
(1022-1035) e, più tardi, sotto il governo dell’abate Richerio (1038-1055)
Montecassino entrò sempre più nella sfera d’influenza della politica
imperiale.
Nondimeno un nuovo elemento si affacciava sulla scena della politica
internazionale: i Normanni, contro i quali papa Leone IX si servì
dell’appoggio cassinese. Con il suo successore, Niccolò II, la Sede
Apostolica adottò piuttosto un atteggiamento di dialogo, anche in questo
caso fortemente appoggiata dall’abbazia cassinese. In particolare Roma
trovò un interlocutore saggio ed accorto nell’abate Desiderio (1058-1087),
futuro papa Vittore III, che, ben a ragione, è annoverato tra i più grandi
abati di Montecassino.Desiderio, in un primo tempo antinormanno, colse
presto l’ineludibilità della presenza normanna sulla penisola, stringendo
legami di amicizia con Riccardo d’Altavilla, conte di Aversa. E con lo
stesso Roberto il Guiscardo. La politica di mediazione di Desiderio fruttò
il giuramento di fedeltà del Guiscardo alla Chiesa romana in seguito
all’intervento normanno nella contesa tra papa Niccolò II e l’antipapa
Benedetto X per la Cattedra di Pietro.
Anche con l’avvento al pontificato di Gregorio VII, il quale inasprì la
condotta della Sede Apostolica nei confronti del Guiscardo, Desiderio
seppe mantenere una posizione d’equilibrio tra le due parti, cercando
inoltre di favorire la pacificazione tra il papa e l’imperatore Enrico IV,
riuscendo in tal modo a salvaguardare la propria fedeltà a Gregorio VII,
pur sottraendo la sua abbazia al rischio della vendetta imperiale e
normanna.
Il fulcro degli interessi di Desiderio fu, sempre, l’abbazia di
Montecassino, che rese centro di cultura e vita spirituale, nonché uno dei
più insigni monumenti della cristianità. All’epoca della sua elezione
abbaziale, il monastero era cadente per vetustà ed incuria; egli lo
rinnovò dalle fondamenta, edificando un nuovo dormitorio monastico, una
nuova aula capitolare e, soprattutto, una nuova basilica, la cui pianta,
notevolissima per l’epoca, rimase invariata, se si esclude lo sfondamento
del presbiterio, sino ai giorni nostri. La nuova chiesa era divisa in tre
navate da due file di dieci colonne ed il pavimento era completamente
rivestito di mosaici. Le porte di bronzo ageminate in argento furono fuse
a Costantinopoli: di esse il portale centrale è tutt’ ora al suo posto. La
basilica venne consacrata nel 1071 da papa Alessandro II al cui seguito
salirono all’abbazia Ildebrando di Soana e Pier Damiani. Lo splendore
delle arti era cornice di una intensa vita monastica: sotto l’abate
Desiderio Montecassino ospitava più di duecento monaci, ed una fiorente
tradizione eremitica si raccoglieva attorno al monastero.
L’attività edilizia dell’abate fu l’immagine speculare della sua dedizione
alla cultura: sotto il suo abbaziato lo scriptorium monastico conobbe i
vertici del suo splendore: accanto ai padri della Chiesa venivano copiati
i più significativi autori classici, basti qui menzionare il codice
Laurenziano 68.2, che conservò alla storia il De magia, i Metamorphoseon e
i Florida di Apuleio, unitamente agli ultimi sei libri degli Annales e ai
primi cinque delle Historiae di Tacito, ed il Laurenziano 51.10 grazie al
quale si è conservato il De lingua latina di Varrone.
E’ sempre negli anni di Desiderio che si collocano le produzioni di Alfano
di Salerno, poeta e studioso delle arti liberali poi arcivescovo di
Salerno, di Alberico, anch’egli poeta raffinato, astronomo e più celebre
ancora per la sua polemica con Berengario di Tours, di Amato, autore dell’
Historia Normannorum, di Leone Ostiense, autore di una delle più
importanti cronache del medioevo, la Chronica Monasterii Casinensis, di
Costantino Africano, traduttore delle opere mediche ed astrologiche arabe,
la cui influenza sul pensiero scientifico medievale è difficilmente
sottovalutabile, se si considera che la celebre scuola medica salernitana
si formò proprio sulle opere di Costantino.
Morto Gregorio VII nel 1085, gli successe nel sommo pontificato lo stesso
Desiderio, il quale assunto il nome di Vittore III, regnò soltanto pochi
mesi, terminando i suoi giorni a Montecassino il 16 settembre 1087.
Il rinnovamento edilizio ed architettonico intrapreso da Desiderio, venne
proseguito dal suo successore, l’abate Oderisio I (1087-1105), il quale
legò il proprio nome all’appoggio con cui sostenne l’esercito crociato
dopo il concilio di Clermont (1095).
Con la morte di Oderisio si aperse per Montecassino un periodo di forti
tensioni interne tra i partiti filonormanni e filoimperiali, di ingerenze
della nobiltà locale nelle elezioni abbaziali e di rapporti difficoltosi
con la Sede Apostolica. Nella seconda metà del secolo XII l’abbazia entrò
a far parte del regno normanno, con la conseguenza di una sempre maggiore
ingerenza da parte dei sovrani nelle elezioni abbaziali.
Con la morte di Guglielmo II il Buono (1189) Montecassino si trovò al
centro delle tensioni che opposero per trent’anni il papato agli
Hohenstaufen e, più tardi, del traumatico passaggio dagli Svevi agli
Angioini.
Proprio in quegli anni si formava a Montecassino il giovane Tommaso dei
conti d’Aquino, la cui famiglia bene avrebbe visto il proprio rampollo
abate del potente monastero confinante con il proprio feudo. Tommaso
lasciò però presto il monastero, probabilmente in quel 1239 che segnò la
drammatica invasione dell’abbazia da parte delle truppe di Federico II, in
conseguenza della scomunica inflitta all’imperatore.
La riorganizzazione dei diritti giurisdizionali dell’abbazia avvenne con
l’abate Bernardo Aiglerio (1263-1285) (chiamato dal papa Urbano IV al
reggere Montecassino proprio nell’anno in cui la corona di Sicilia passava
sul capo di Carlo d’Angiò), la cui opera di ricomposizione e salvaguardia
del patrimonio abbaziale venne poi proseguita dal successore Tommaso
(1285-1288).
La fine del XIII e l’inizio del XIV secolo si caratterizzano per la
successione di brevi abbaziati, fino a che, nel 1322, papa Giovanni XXII
promulgò da Avignone una bolla (Supernus opifex) con cui elevava l’abbazia
a sede episcopale, con il risultato che la cattedra abbaziale venne
occupata per i successivi quarantasei anni da abati estranei alla comunità
ed eletti senza il parere del capitolo.
Il 9 settembre 1349 la Terra sancti Benedicti venne colpita da una scossa
di terremoto talmente violenta da causare la rovina della maestosa
basilica desideriana, del cenobio e della maggior parte dei possedimenti
del monastero.
Nessun intervento ricostruttivo si registrò nei successivi otto anni, sino
a che, nel 1357 papa Innocenzo VI nominò abate vescovo di Montecassino
Angelo della Posta, già abate di San Vincenzo al Volturno, il quale avviò
con slancio la ricostruzione, proseguita dal suo successore Angelo Orsini
(1362-1365) iniziando dalla basilica, dal refettorio e dal dormitorio.
Dopo la sua morte papa Urbano V, già abate di san Vittore di Marsiglia,
avendo preso a cuore lo stato miserevole in cui versava l’abbazia, avocò a
se la carica di abate, sopprimendo l’episcopato e ristabilendo lo status
abbaziale; vista la difficoltà di raccogliere le ingenti somme necessarie
all’opera di riedificazione, il papa impose a tutti i monasteri
benedettini, a partire dal 1369, di versare ogni due anni la sessantesima
parte dei propri redditi. Urbano V provvide inoltre a chiamare a
Montecassino monaci a sostegno della comunità e a nominare un abate.
Tuttavia, negli anni che intercorsero tra la morte di Roberto d’Angiò
(1343) e l’avvento al trono di Napoli di Alfonso d’Aragona (1442),
Montecassino si trovò al centro delle complicate vicende politiche che
scossero il regno. Provvidenziale, per la salvaguardia del patrimonio
territoriale dell’abbazia, fu il provvedimento con cui, nel 1463 il papa
annetteva i territori al Patrimonio di S. Pietro.
Il periodo che va dal 1454 al 1504 vede la carica abbaziale affidata ad
abati commendatari, i quali, estranei alla comunità monastica, venivano
eletti dal papa a godere del titolo e, cosa di maggior rilievo, delle
sostanze dell’abbazia.
Montecassino ebbe come commendatari il cardinale Ludovico Trevisan,
patriarca di Aquileia (1454-1554); papa Paolo II (1465-1461); il cardinale
Giovanni d’Aragona (1471-1485), figlio del re Ferdinando I e, ultimo della
serie, il cardinale Giovanni de’ Medici (1486-1504), futuro papa Leone X.
Fu proprio durante la commenda di Giovanni dè Medici che papa Giulio II,
su sollecitazione di Gonzalo de Cordoba, annesse l’abbazia alla
Congregazione di S. Giustina, che d’allora in poi muterà il nome in
Congregazione Cassinese.
Tuttavia lo sconvolgimento seguito alla rivoluzione francese non poté
mancare di coinvolgere Montecassino.
La calata delle truppe napoleoniche del 1798-1799 costò all’abbazia la
perdita di gran parte dell’argenteria ed oreficeria, dei paramenti sacri,
la dispersione di pergamene, libri, manoscritti.
L’abolizione della feudalità del 1806 per tutto il regno di Napoli,
significò l’incameramento da parte del demanio di tutti i beni fondiari
dell’abbazia, nonché la soppressione del potere giurisdizionale
dell’abate. Con la legge di soppressione degli Ordini religiosi dell’anno
successivo Montecassino perdette pure la proprietà dell’archivio e della
biblioteca, pur conservandone la custodia, mentre risale al 1808 la
spoliazione della pinacoteca.
Fu soltanto con il ritorno di Ferdinando IV sul trono di Napoli che
l’abate di Montecassino poté riappropriarsi dell’esercizio della
giurisdizione spirituale.
Con l’unificazione dell’Italia sotto la corona sabauda, vennero estesi a
tutta la nazione i provvedimenti soppressivi adottati sul territorio
piemontese già a partire dal 1855; per Montecassino essi ebbero
applicazione a partire dal 1868 e comportarono l’incameramento da parte
del demanio di tutti i beni della comunità monastica e del patrimonio
immobiliare. Il monastero fu dichiarato monumento nazionale, l’abate
continuava a rivestire la funzione di Ordinario diocesano e la comunità
monastica quella di capitolo dei canonici.
Il 1880 vide raccolti a Montecassino gli abati delle congregazioni
benedettine di tutto il mondo, uniti nella celebrazione del XIV centenario
della nascita di S. Benedetto. In quell’occasione il cardinale benedettino
Jean Baptiste Pitra consacrò il santuario della Torretta - luogo che la
tradizione ha identificato con l’abitazione del Patriarca – decorato dagli
artisti della scuola beuronese diretti da d. Desiderius Lenz.
Con l’annessione alla Congregazione di S. Giustina, si apriva per
Montecassino, sottratta alla commenda, un periodo di pace e tranquillità;
negli anni che seguirono, sotto l’abbaziato di Ignazio Squarcialupi
(1510-1516; 1520-1521; 1524-1526) vennero riedificati lo scalone
monumentale, il chiostro “dei benefattori” antistante la chiesa, la
sagrestia ed il dormitorio dei monaci, ed è ancora allo Squarcialupi che
si deve la committenza ai fratelli Boccardi di diversi libri corali
(alcuni dei quali sono oggi esposti al museo).
Un secondo periodo particolarmente felice del cinquecento cassinese, si
conobbe sotto l’abbaziato di Angelo de Faggis, il quale terminò la
costruzione del corridoio superiore del dormitorio, il chiostro ad esso
attiguo (il chiostro “del priore”), le cappelle meridionali della
basilica, la sala capitolare, la biblioteca e la camera del fuoco, oltre a
proseguire l’edificazione del refettorio monumentale. Agli anni quaranta e
cinquanta del cinquecento risalgono pure lo scavo della cripta e, in
corrispondenza, lo sfondamento del presbiterio che ospitò il coro. Infine,
sotto il governo di Gerolamo Ruscelli (1590-1595) fu avviata la
realizzazione del chiostro centrale, o chiostro “del Paradiso”.
Il seicento vide impegnati a Montecassino il Cavalier d’Arpino, Girolamo
Imparato, Marco Mazzaroppi, e, a partire dal 1627, di Cosimo Fanzago, al
quale si deve il riassetto della basilica, il progetto dell’altare
maggiore e il rinnovamento della zona presbiterale. La nuova copertura
della basilica venne affrescata da Luca Giordano, mentre le tele delle
cappelle laterali vennero dipinte, oltre che dal Giordano stesso, da Paolo
de Matteis, Sebastiano Conca e Nicola Malinconico. Nel 1692 si iniziò la
costruzione del coro ligneo, opera della famiglia di intagliatori romani
Colicci, e nel 1698 venne costruito l’organo, opera di Cesare Catarinozzi.
I lavori di riedificazione si protrassero per ottantasette anni, e il 19
maggio 1727 papa Benedetto XIII consacrava solennemente la risorta
basilica.
Il secolo XVIII fu un periodo di relativa tranquillità per l’abbazia, che
fu feconda di studi storici e paleografici. Basti qui ricordare l’opera di
Erasmo Gattola (1662-1734), il quale pose mano allo studio dei diplomi
dell’archivio cassinese e, soprattutto, redasse la sua Historia abbatiae
Casinensis(1733) con due volumi di Accessiones(1734).
Nè può essere taciuta l’opera dei due fratelli genovesi Placido e Giovan
Battista Federici, di cui il primo compilò un catalogo dei codici
manoscritti dell’abbazia, mentre il secondo diede alle stampe la sua
corposa Storia dei duchi di Gaeta. Pure in questo secolo si distinse la
figura di Casimiro Correale che compilò il suo Lessico biblico ebraico
caldaico in novantanove volumi.
La I guerra mondiale non toccò che alla lontana la pace del monastero
cassinese, che registrò anzi, proprio in quegli anni, una notevole
fioritura umana, culturale e spirituale, grazie alla presenza, nelle mura
stesse dell’abbazia, del seminario diocesano e di un frequentatissimo
collegio laicale.
Assai più funeste furono invece le conseguenze del secondo conflitto
mondiale per Montecassino. Fu con la risalita della penisola italiana da
parte delle truppe alleate, sbarcate in Sicilia nel luglio 1943, e dirette
verso la capitale, e l’organizzazione della resistenza tedesca lungo la
linea Gustav (che passava proprio sul territorio della città di Cassino)
che gli eventi bellici si strinsero più d’appresso alle mura dell’abbazia.
Nell’ottobre di quell’anno lasciarono Montecassino i beni più preziosi: le
reliquie, i codici e le pergamene dell’archivio, la biblioteca, i quadri.
Furono il tenente colonnello Schlegel e il capitano Becker ad occuparsi
del trasporto.
Di fronte alla resistenza delle forze tedesche, gli alleati si
concentrarono a ridosso della città di Cassino, con la conseguenza che
l’abbazia e la città si trovarono in un punto strategico essenziale per la
difesa tedesca.
Alle 9,45 del 15 Febbraio 1944 gli alleati aprirono il fuoco contro queste
venerabili mura: il bombardamento proseguì fino alle 15,45. Montecassino
non era che un cumulo di macerie: solo per una serie di provvidenziali
coincidenze l’abate Gregorio Diamare ed i pochi monaci rimasti poterono
salvarsi. |